07/03/2017

L'amore ai tempi della Grande Guerra

Un romanzo di toccante malinconia e lucido realismo, questo Sotto il peso delle nuvole. Lo ha scritto un autore, Christian Spinello, che memore degli insegnamenti del grande Mario Rigoni Stern, ci regala un’opera in cui amore, guerra, rimpianti, visione panica della natura e tumulti del cuore regnano incontrastati, sullo sfondo di una Prima Guerra Mondiale che, sebbene conclusa, ha lasciato strascichi indelebili nelle esistenze di chi la ha vissuta. Abbiamo chiesto a Christian di farci entrare nel suo mondo narrativo e di parlarci in maniera più approfondita del suo lavoro.


Partiamo da uno degli elementi più significativi che sostiene l’intelaiatura narrativa del suo romanzo: la maestosità della montagna e le regole a cui i suoi abitanti devono sottostare per non soccombervi...
La montagna è grande e grossa, impone cautela e richiede una certa dose di disciplina. Basta una piccola distrazione e la sciagura capita puntuale. Un ghiaione a fondo valle, per esempio, minaccia valanga. Un torrente ingrossato dalla pioggia diventa indemoniato, spazza via tutto e avverte di non azzardarsi a traversarlo. La montagna, così come tutta la natura, è un libro che non smette mai di raccontarsi. Occorre solo saperla leggere. Lassù, quando non esistevano strade, c’era da fare i conti la natura più aspra e selvaggia. Sempre in equilibrio precario, per restare in piedi occorreva adoperare le mani. Chi non voleva sporcarsele o credeva d’essere più volpe degli altri, cascava. Era solo questione di tempo. E là, dove saltano i camosci e volano le aquile, cascare significa frantumarsi. Ma quei montanari erano scorze temprate per resistere a vento, neve e fastidio. Uomini, donne e bambini si svegliavano al primo canto del cuculo e macinavano chilometri in un infinito saliscendi, portandosi sul groppone gerle stracolme di fatica. La montagna vincava la schiena a tutti, indistintamente. Tutto ciò influenzava il carattere di quella gente, costretta a tribolare per cercare di campare un giorno in più. Erano anime diffidenti, spesso intrattabili, ma sempre schiette. Dicevano quel che era da dire e facevano quel che era da fare. Sempre muso a muso, mai alle spalle. E una stretta di mano valeva mille volte più di un qualsiasi contratto firmato. Erano pieni di magagne e avevano parecchi difetti, quei montanari, ma possedevano dei valori che oggi, purtroppo, sono precipitati nell’oblio.

Sotto il peso delle nuvole è anche uno struggente romanzo d’amore. Solo che questi palpiti del cuore, stavolta, conducono alla solitudine e non all’unione. Cosa può dirci in proposito?
E vissero tutti felici e contenti è un finale che vale solo nelle favole, con la realtà ci azzecca poco o niente. La vita è un susseguirsi di accadimenti, di cambiamenti, di rivoluzioni. E molto spesso la causa di tutto ciò è l’uomo, con le sue manie e i suoi turbamenti. Ognuno di noi, chi più e chi meno, cela il proprio inferno. Chi l’ha nel cuore, chi nella testa. Prima o dopo salta fuori, non c’è scampo. E allora si salvi chi può. Nasciamo dritti e cresciamo storti. Non tutti, sia chiaro. L’uomo è una moltitudine, diceva Pessoa. Di norma siamo passionali, altruisti, leali, onesti, civili e rispettosi. Ma sappiamo anche essere dei gran bastardi, capaci di atrocità abominevoli. Invidia e avidità sono i demoni peggiori, quelli che ci spingono a fare robe come la guerra. Basta che il gatto del vicino salti nel nostro giardino e siamo già in baruffa col mondo. Da quando esiste l’uomo, la Terra vive nell’instabilità. Coltiviamo certezze quando invece dovremmo porci dei dubbi. Siamo ad alto rischio. Ecco, in questo romanzo ho voluto mettere maggiormente in risalto la parte peggiore dell’essere umano.

Un altro dei punti di forza del suo lavoro è la cruda e lucidissima analisi delle ferite fisiche e psicologiche che la guerra arreca. Ogni personaggio, sebbene in modi differenti, vive l’incubo bellico sulla propria pelle e ne esce trasformato...
Pur non avendo vissuto alcuna guerra, ne sono uscito trasformato anch’io. Anzi, frastornato. Prima di scrivere questa storia, infatti, mi sono imbattuto in letture che mi hanno completamente annientato. Penso a Le scarpe al sole di Paolo Monelli, a Un anno sull’Altipiano di Emilio Lusso, a Giorni di guerra di Giovanni Comisso. Per non parlare di Mario Rigoni Stern, che ha raccontato la Grande Guerra attraverso le testimonianze dei suoi compaesani sopravvissuti. Ho letto cose sconcertanti, da far gelare il sangue nelle vene. All’inizio, poco più che ventenne, non mi rendevo ben conto, quasi non volevo crederci. Quando poi ho messo i miei piedi sull’Altipiano, nella mia testa ho cominciato a sentire esplosioni di mortaio, colpi d’obice, le grida di dolore degli alpini trafitti dalle baionette. Davanti a me si stagliavano boschi e montagne, ma con gli occhi vedevo il dramma, gli orrori e le disumanità. Sensazioni devastanti, che ho cercato di trasmettere ai personaggi di questo romanzo. Spero d’esserci riuscito.

Tra le pagine della sua opera è evidente la contrapposizione fra la vita negli altipiani e quella nella pianura, negli anni a cavallo tra lo scoppio e la fine del primo conflitto bellico. Pensa che oggi questa contrapposizione sia ancora valida e così marcatamente netta?
No, nella maniera più assoluta. Oramai il divario si è assottigliato a tal punto che quasi non esiste più. Basta guardare le nostre Dolomiti. Salvo qualche frazione ancora isolata, la tecnologia ha invaso la maggior parte delle località alpine, sovvertendo di fatto l’ordine naturale delle cose. Lassù è un continuo abbattere, sforacchiare, sradicare. Gli impianti di risalita sorgono ovunque e arrivano sempre più in alto. Tronchi di ferro sostituiscono quelli di legno. Spesso la montagna si scrolla e si stiracchia, ma l’avidità è sorda e passa oltre. Poi succedono i disastri. Anche i villeggianti, che arrivano tirandosi dietro i clangori delle città, ci mettono del loro. Tutti che vogliono toccare il cielo con un dito o mangiare la stecca di cioccolato sopra le nuvole. Perché tutta questa frenesia? Siamo nati per godere delle meraviglie del mondo, non per sfruttarle. Rallentiamo. Respiriamo il bosco. E magari avremmo anche la fortuna di sentire il tooc dell’urogallo al levar di primavera. Invece niente, avanti dritti verso la vetta. E lo stato che c’impasta volentieri le mani, a scapito di un vivere che non tornerà più. Mugnai, scalpellini, boscaioli, malgari, pastori e altri ancora, sono memorie quasi invisibili. Le antiche sapienze relegate in qualche museo che nessuno visiterà.

Lei è cresciuto leggendo Mario Rigoni Stern. Quale è il lascito più grande che ha ricevuto dall’autore de Il sergente della neve?
Il grande vecio dell’Altipiano, patrimonio assoluto della letteratura italiana, attraverso le sue memorie e la sua penna, ci ha fatto testamento di grandi principi etici e morali. A me, per esempio, ha impartito una lezione fondamentale: il seme della pace risiede in natura, anche nella profondità di quella umana. Grazie Sergentmagiù.

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