21/03/2017

Intervista a Francesco Avella autore de Il palazzo della ragione

Una raccolta di poesie che, ne siamo certi, alzerà un polverone di critiche da tutti coloro che credono ciecamente nella religione, nella frangia cattolica più intransigente, nei bacchettoni e nei moralisti più fervidi. Per tutti gli altri, invece, Il palazzo della ragione, potrà rivelarsi un’interessante, quanto personale riflessione di un autore che, definendosi ateo razionalista, cerca di scardinare, punto per punto i dogmi della religione, non solo cristiana. Avella pone dubbi, semina interrogativi, sgambetta certezze acquisite nel corso dei secoli, facendosi promotore di una crociata razionalista che cerca di squarciare il velo della fede che, secondo la sua poetica filosofica, ci impedisce di scorgere oltre il mito, la superstizione, la rassicurante ala che qualcosa nell’aldilà di ci attenda. Abbiamo chiesto a questa voce “fuori dal coro” di parlarci in maniera più approfondita della sua opera e del suo pensiero.


Nella prefazione si definisce “ateo razionalista”. Vorrei che ci spiegasse meglio il suo punto di vista e il percorso che l’ha portata a questa sorta di nichilismo estremo.
Più che di “nichilismo estremo”, bisognerebbe parlare di semplice realismo. Fin da piccoli, riceviamo un pesante indottrinamento religioso che, nella maggioranza dei casi, ci impedisce di essere critici nei confronti di quella che, alla fine, è solo una credenza alla pari di tante altre. Se non credo nei fantasmi o negli elfi dei boschi, perché mai dovrei credere in una credenza basata unicamente su storie fantasy create dall’uomo che si sono succedute nel corso dei millenni? Per l’italiano medio, appare normale credere in Gesù e ridicolo credere in Zeus o in Horus, ma la realtà è che, se questi stessi italiani fossero nati nell’antica Grecia o nell’antico Egitto, avrebbero creduto in Zeus e in Horus con la stessa convinzione con la quale oggi credono in Gesù. Dio è solo una credenza, e il cristianesimo è solo una delle tante religioni create dall'uomo.

Il terrore che attanaglia da sempre l’umanità è la paura atavica della sua finitezza. Pensa, quindi, che la religione sia stata creata solo per lenire questo terrore ancestrale?
Certo, ma si possono aggiungere altre due grandi motivazioni: il bisogno di spiegare ogni cosa e l'arroganza di considerarsi speciali.
Fin dai primi tempi, l'uomo ha usato le religioni anche per spiegare i fenomeni naturali (terremoti, fulmini, ecc.) o le malattie, invece di ammettere la propria ignoranza e spettare di saperne di più.
Inoltre, noi ci siamo sempre considerati talmente importanti e speciali da non accettare di essere solo dei semplici animali, ed ecco che, con la credenza chiamata “Dio”, possiamo diventare appunto degli esseri speciali; siamo talmente importanti che, il Signore dei Signori, l'essere Onnipotente per eccellenza, non solo ha avuto la brillante idea di creare il mondo per noi, ma si è addirittura “sacrificato” per l'intera umanità.
Cosa ci può essere di più arrogante del credersi creati a immagine e somiglianza di Dio?
Se ci pensate, esiste solo una cosa considerabile più arrogante: pensare di essere talmente importanti da giustificare il suo sacrificio!
Se cercate una credenza in grado di coccolare l'ego, la religione cristiana è il top, poiché niente può essere paragonato al sacrificio di Dio.
La cosa ironica è che i cristiani si considerano umili e accusano gli atei di arroganza... in poche parole, io che accetto di essere solo un animale evoluto che farà la stessa fine delle formiche, per i cristiani sarei arrogante, mentre loro, che affermano di essere stati creati da Dio e di essere talmente amati da giustificare un suo “sacrificio”, sarebbero quelli umili...

Nel componimento “Il miracolo” lei sostiene che, in realtà, nessun miracolo sarà esaudito, malgrado le nostre vane richieste. Cosa pensa, allora, di tutte quelle persone che sono riuscite a salvarsi “miracolosamente” da malattia incurabili, da comi irreversibili o da incidenti mortali? In che modo argomenterebbe le sue posizioni nei confronti di questi “miracolati”?
Se io guarissi da un cancro da un giorno all’altro, potrei spiegare la cosa tramite la cosiddetta “regressione spontanea”, un fenomeno ancora non totalmente spiegabile dalla scienza.
Oppure, potrei non spiegare l'evento, accettando la nostra attuale ignoranza su tante cose, malattie comprese. Se, invece, fosse un cattolico a guarire dallo stesso male, ringrazierebbe Gesù o Padre Pio, attribuendo la guarigione a questi personaggi proprio come, nell’antica Grecia, c’era chi li attribuiva a Pallade Atena. Solo perché la scienza non è ancora in grado di spiegare un certo fenomeno, non significa che ci sia di mezzo l'intervento divino, senza contare che, considerando il fatto che molte persone muoiono, mi sembra anche una mancanza di rispetto nei loro confronti parlare di “miracolo” per chi si salva e di “morte naturale per malattia” per gli altri, come se ci fossero persone più degne di altre di ricevere aiuto.
Inoltre, se permettete, non mi sembra giusto nemmeno nei confronti dei medici: sono loro che andrebbero ringraziati, non dei personaggi immaginari a seconda della religione dominante del luogo; anche in India c'è chi parla di “miracoli”, ma non si mette in mezzo Gesù, bensì il personaggio immaginario della religione locale, come si è fatto sempre e ovunque.

Edoardo Albinati ha vinto il Premio Strega grazie al bellissimo “La scuola cattolica” in cui, analizzando un istituto privata della borghesia romana, ne mette in luce pregi e difetti, zone d’ombra e insegnamenti vecchio stampo. Cosa pensa di questi istituti nati per agevolare la classe medio alta del Paese?
Parto con una provocazione: vi sembrerebbe normale avere delle “scuole astrologiche”, con astrologi a fare i professori e delle pareti tappezzate con simboli zodiacali? Penso di no; la sola idea vi sembrerebbe ridicola, dico bene?
Ecco: senza l'indottrinamento religioso di cui parlavo prima, il concetto di “scuola cattolica” vi sembrerebbe molto simile a quello di “scuola astrologica”.
Nelle scuole, anche quelle pubbliche, l'ora di religione cattolica non ci dovrebbe nemmeno essere, semmai dovrebbe esserci lo studio delle religioni in generale, magari all'interno di altre materie, come Storia o, meglio ancora, Antropologia.
“Come mai l'uomo ha creato miriadi di credenze e religioni?”
“In che modo la credenza chiamata “Dio” ha condizionato il comportamento umano nel corso dei millenni?”
Sono queste le domande che dovrebbero circolare; la scuola dovrebbe dare degli strumenti oggettivi ai giovani per favorire il pensiero critico, non continuare l'indottrinamento che inizia a pochi mesi di vita con il battesimo.
Pensate davvero che sia una semplice coincidenza quella di essere nati in una famiglia/società cristiana e aver scelto, guarda caso, di essere cristiani?
Se io fossi nato in India, sarei comunque rimasto ateo, poiché si è atei nei confronti di tutte le divinità, mentre il credente medio considera “vera” solo la divinità con la quale è stato “nutrito” fin da piccolo; se in India ci fosse nato il cristiano italiano medio, molto probabilmente sarebbe diventato induista e avrebbe creduto in Krishna con la stessa convinzione, frutto dell'indottrinamento, con la quale oggi crede in Gesù.
La scuola dovrebbe essere più imparziale possibile, non ribadire ai giovani che loro sono cattolici, soprattutto quando la realtà è che sono solo nati per caso in una famiglia/società cattolica, quindi parliamo di una religione in cui sono capitati per caso, non dopo una scelta fatta in età adulta e in seguito ad un percorso imparziale, dove “cattolicesimo” dovrebbe essere una possibilità alla pari di “induismo” o “shintoismo”; dove c'è indottrinamento, non c'è imparzialità e, di conseguenza, non c'è scelta libera.

Vorrei avere un suo parere (se l’ha vista) sulla serie televisiva diretta da Paolo Sorrentino “The Young Pope”. In essa l’autore de “La grande bellezza” fa salire al pontificato un Papa da antico testamento, crudele, enigmatico e vendicativo, ostile ad ogni cambiamento dei costumi e promotore di una crociata oscurantista. Insomma, l’esatto contrario dell’attuale pontefice. Cosa pensa accadrebbe se veramente salisse al soglio pontificio una simile figura?
“Papa Umile I”, come lo chiamo io sui social, non fa altro che adattare la Chiesa alla società attuale per non perdere i fedeli che, almeno nel 70% dei casi, sono cattolici solo di nome, visto che considerano normale fare sesso prematrimoniale (per fare un esempio), una cosa che, un cattolico coerente, non farebbe.
Ora, siccome la laicità dell'Italia viene stuprata dall'ingerenza della Chiesa, sarei davvero molto felice della possibile ascesa al potere di un Papa come quello della serie, anzi, lo verrei ancora più oscurantista e moralista.
Come mai? Semplice: fino a quando la Chiesa si adatterà ai capricci del cattolico medio, potrà continuare a stuprare la laicità giustificandosi con il fatto che “in Italia sono quasi tutti cattolici”, ma se diventasse la Chiesa oscurantista e moralista di una volta, magari minacciando di scomunicare il cattolico medio che vuole fare sesso in libertà ben prima di sposarsi, allora perderebbe la maggioranza dei fedeli e, di conseguenza, il suo potere.
Oggi è facile essere cattolici: basta dire “siamo tutti peccatori” e confessarsi una o due volte all'anno e va tutto bene, ma se la Chiesa pretendesse coerenza e rispetto per i suoi valori retrogradi, l'italiano medio smetterebbe di essere cattolico, limitandosi ad essere un cristiano areligioso, nel senso che crederebbe in Dio e vedrebbe Gesù come un punto di riferimento, ma senza seguire una religione con dogmi da rispettare.
Insomma, ben venga un Young Pope che faccia capire all’italiano medio che, essere cattolici e libertini, è un po’ come essere vegetariani e mangiare il pollo ogni giorno; la religione non è sinonimo di libertà di scelta, anzi, significa tabù e limitazioni; non è la Chiesa che deve diventare più elastica, ma è il credente che deve capire se vuole continuare a seguire una religione che gli è stata imposta a pochi mesi di vita, oppure se vuole essere libero di scegliere con la propria testa cosa è lecito fare e cosa non può esserlo.

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