30/03/2017

Dentro e fuori siamo tutti delle Cellule impazzite

A volte le storie d’amore possono nascere nei luoghi più impensati. Anche in un reparto di oncologia pediatrica. Qui, tra i corridoi asettici di un ospedale e le stanze che ospitano molteplici vite alla deriva, nasce la storia fra Clara, adolescente malata di leucemia, e Luca, volontario di un’associazione che si occupa di far tornare il sorriso sulle labbra di tanti piccoli pazienti. Un romanzo tenero e commovente, questo Cellule impazzite di Claudio Colombrita, un autore che non ha paura di affrontare temi disturbanti e tragici, tenendo sempre ben presente la speranza indefessa di una possibile guarigione. Abbiamo chiesto a Claudio di parlarci un po’ della sua opera.


Lei è un volontario della ABIO (Associazione Bambino In Ospedale). Quanto nel suo romanzo prende spunto da storie reali e quanto è frutto della sua fantasia?
Il confine è sottile e si muove sul delicato equilibrio tra umanità e rispetto delle regole. Luca segue lo stesso corso che ho seguito io e deve confrontarsi con una rigidità più che comprensibile in un reparto così “speciale” come quello di oncologia pediatrica. In dieci anni di volontariato mi sono certamente imbattuto in molte storie che racconto, mi sono affezionato ai pazienti e alle loro storie, ma ho anche dovuto mantenere un distacco necessario, la stessa equidistanza che è nello stesso tempo salvezza e necessità per i protagonisti del romanzo. Certo è che quando entrano in gioco le dinamiche del cuore, tutto diventa più difficile...

Cellule impazzite è il suo esordio nella narrativa. Cosa la ha spinta a cimentarsi con un romanzo dai toni così crepuscolari e malinconici?
La necessità di dare voce ad una realtà così ricca di sfaccettature. L’ospedale è luogo di dolore, tristezza e malattia, ma anche di gioia, sorrisi e speranza. In corridoi apparentemente asettici, Luca trova nuova linfa per riscoprire se stesso, Clara incontra persone che alimentano il suo inguaribile ottimismo. Ho scritto “Cellule impazzite” anche per mettere in risalto l’importanza del volontariato che diventa un vero e proprio strumento sociale. Aiutando il prossimo, diamo impulso anche alla nostra necessità di conoscerci meglio. L’altruismo migliora le realtà che ci circondano, sostiene la speranza, ci fa credere di essere meritevoli di felicità.
I reparti ospedalieri sono uno specchio della vita contraddittoria di tutti i giorni: c’è dell’inspiegabile in un piccolo bambino malato di leucemia, ma l’esperienza del ricovero deve essere curata nei minimi particolari, anche attraverso l’alimentazione della gioia e della speranza, due caratteristiche assolutamente trainanti nella lotta alle malattie.

È innegabile che le pagine della sua opera siano pervase da un forte elemento di religiosità e dalla convinzione che, a volte, i miracoli possano accadere, magari veicolati da un aiuto pervenutoci dalle persone che sono state importanti nella nostra vita e che, da lassù, in qualche modo vegliano su di noi. Ma come è possibile avere fede quando tutto sembra perduto?
La fede che attraversa l’intera opera è il vero miracolo e risiede nel DNA dei personaggi. Clara accetta inizialmente la malattia, riconosce che Dio abbia individuato lei come una guerriera che può sconfiggere anche un male così oscuro, poi, come tutti i rapporti d’amore, se ne allontana, accusandolo di averla tradita. Luca non ha fede perché si sente un Dio, tutto gli è concesso, ma deve fare i conti con il pensiero di poter essere utile al prossimo, che diventa sempre più forte. C’è tanta fede anche in ospedale, anche quando tutto sembra ormai perduto, anche quando la ragione comincia a fare a pugni col cuore. Anzi, spesso si riesce a vivere meglio l’esperienza ospedaliera quando si mettono a tacere i mille “perché” a cui noi non possiamo dare risposta. 

Cellule impazzite parla anche della risoluzione dei conflitti interiori e della possibilità, che deve sempre essere sorretta da una grandissima forza di volontà, di riuscire a dare alle nostre vite una svolta positiva. Cosa può dirci in proposito?
Il conflitto interiore può essere, a volte, il nostro migliore alleato. Da due anime in contrasto può nascere l’equilibrio perfetto, tenendo sempre alta l’attenzione, non arrendendosi alle prime difficoltà. Nel romanzo si intrecciano diversi tipi di “dipendenza” ma sullo sfondo c’è sempre una grande forza di volontà, che prescinde dai fatti e che si alimenta con grinta e combattività.
Vivere col sorriso le situazioni difficili è la ricetta ideale per affrontare al meglio le nostre giornate, anche perché una risata è contagiosa e può fare solo del bene. 

Malattia e amore. Un connubio che, spesso, è elemento portante della letteratura, del cinema, delle opere teatrali. Quale è, secondo lei, l’opera che meglio di tutte è riuscita a veicolare questi due temi?
Il film a cui mi sono ispirato e che mi ha indubbiamente segnato è “Patch Adams”, personaggio egregiamente interpretato da Robin Williams. La delicatezza del racconto, i sentimenti sfiorati, la storia (vera) di un medico che guarda con particolare attenzione al bambino malato come “persona”, sono state vere e proprie molle che mi hanno spinto ad intraprendere un percorso di volontariato. L’amore non guarisce la malattia ma aiuta nel percorso. L’amore si amplifica nella sofferenza, perché ci si rende conto dell’importanza delle persone. C’è tanto amore anche nella scelta di vita di un signore che, dall’oggi al domani, indossa il naso da clown e va in giro per il mondo a regalare un sorriso ad ogni bambino.

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