07/04/2017

Intervista a Rebecca Panei autrice de Il buio addosso

Il buio addosso è un romanzo drammatico, che si può definire anche libro denuncia, che vuole far aprire gli occhi contro i pregiudizi causati dall’omofobia e davanti ai quali purtroppo si rimane ciechi a causa della cultura che ci viene imposta fin dalla nascita.
Oggi siamo qui con l’autrice di questa opera, Rebecca Panei, per parlare un po’ del suo libro.


Intanto una domanda leggera, giusto per iniziare. Dopo una saga fantasy, come mai un romanzo drammatico?
In realtà l’ordine dei due lavori andrebbe invertito. Il buio addosso l’ho ideato e scritto molto prima della saga Fantasy. Tuttavia all’epoca non avevo trovato il coraggio di sottoporlo a nessun editore, per questo l’avevo messo da parte e mi ero dedicata alla stesura del primo volume di Pandemonium. Gli scrittori sono creature bizzarre: da una parte scrivono per essere letti, dall’altra sono atterriti che qualcuno possa leggere quel serio ciò che hanno scritto. Chiaramente questa contraddizione si accentua tanto più i temi trattati sono personali, controversi e difficili. Da qui la mia riluttanza iniziale a pubblicare Il buio Addosso.

Tra tutti gli argomenti forti legati alla nostra società, cosa l’ha spinta a scegliere proprio l’omofobia, lo stupro e il bullismo adolescenziale?
Non ho scelto nello stesso momento di trattare questi tre argomenti, piuttosto si può dire che il libro sia il risultato finale di anni di indignazione ora per uno, ora per l’altro. Ho accumulato finché i tempi non sono stati maturi, parlo di maturazione sia personale che narrativa, e da lì lo sviluppo della storia è sorto naturale.
Indignazione verso chi diceva: “i froci non amano, si accoppiano in modo innaturale come animali”, per chi: “non si può mica rovinare la vita di un uomo solo perché per una volta non ha saputo trattenersi e ha scopato con una che sicuramente gli aveva lanciato dei segnali ambigui” e ancora: “i ragazzi devono imparare a cavarsela da soli. Se uno non riesce ad affrontare dei bulletti liceali non si farà mai strada nella vita”.

Siamo abituati che le persone di spicco, quelle popolari, siano anche coloro che vogliono tenere nascosta qualsiasi loro caratteristica che potrebbe non coincidere con la visione che gli altri hanno di loro. In questo romanzo invece Sean è completamente l’opposto, vorrebbe uscire allo scoperto e vivere il suo amore alla luce del sole. Come mai una scelta così particolare?
Di solito il primo pensiero che viene in mente a chi ha letto il libro, è che Sean sia semplicemente una persona buona e semplice. Lo è, certo, tuttavia la sua radicale mancanza di interesse per il giudizio altrui dipende soprattutto dalla sua forza. Una forza così ferma che rischia di diventare insensibilità, come quando liquida senza accorgersene le difficoltà iniziali di Micah.
Io credo che più una persona si aggrappi con le unghie e con i denti al suo status di popolare, più indossi maschere su maschere per piacere a tutti e sembrare sempre il migliore, più riveli una grande debolezza. Sean non vuole dimostrare niente a nessuno, è contento di piacere a chi lo apprezza e si disinteressa a chi invece lo disprezza.
Un pensiero in netta contrapposizione con quello di Lydia, il personaggio che incarna l’adolescente popolare attaccato al suo ruolo, secondo cui: si è solo se gli altri ti fanno essere. Le persone vivono del giudizio altrui.

Il buio addosso è un romanzo veramente ben strutturato, con una storia fenomenale, ma soprattutto un realismo che uccide l’animo del lettore, ma contemporaneamente lo riempie di speranza. Una storia che fa riflettere tantissimo, e insegna la cosa più importante e fondamentale che dovrebbe essere insegnata a ogni persona dal primo momento che viene al mondo, ovvero il rispetto per il prossimo. Sarebbe d’accordo con me se dicessi che dovrebbe essere un romanzo che andrebbe proposto come lettura scolastica, in modo che le nuove generazioni ne prendano insegnamento?
Innanzitutto vorrei ringraziarla per i complimenti. Come dicevo sopra per uno scrittore è sempre difficile dare in pasto agli altri dei libri così intimi e controversi, ma viceversa è doppiamente felice se scopre che ha colpito dove doveva colpire.
Riguardo la possibilità di proporlo nelle scuole, di primo impatto avrei risposto di no; troppo crudo, troppo drammatico. Poi mi sono ricordata di alcuni libri che mi erano stati dati da leggere ai tempi scolastici e mi avevano sconvolto, fatto riflettere, proprio per la loro durezza: parlo di Zio vampiro, che parla di abusi sessuali in famiglia, e La guerra dei cioccolatini, trattante il tema del bullismo.
Quindi perché no? Quella è proprio l’età in cui si dovrebbe essere spinti a riflettere su certi argomenti, quando si è ancora liberi dai preconcetti solidificati dell’età adulta.

Ultima domanda, promesso, ha in cantiere già altri romanzi, o idee per altri romanzi?
Molti, potrei dire perfino moltissimi.
Se il mondo si divide tra gli autori che scrivono un romanzo l’anno e quelli che ne scrivono uno ogni dieci, per fortuna (o sfortuna?) ho scoperto di rientrare nella prima categoria.
Per parlare solo di quelli la cui lavorazione è imminente, c’è il terzo volume della saga fantasy, un libro horror/umorismo nero sui vampiri (riguardo il quale spero di riuscire a lavorarci in collaborazione con delle illustratrici che stimo molto, mi piacerebbe se vi inserissero all’interno alcuni disegni) uno fantasy/comico e una raccolta di racconti sul soprannaturale.

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