14/04/2017

Intervista all'Ingegner Pavel Pavel autore di Rapa Nui

Rapa Nui è un testo decisamente importante per molteplici aspetti. Anzitutto da un punto di vista squisitamente “tecnico”, perché grazie all'intuito e all'abilità ingegneristica dell'autore riesce a chiarire uno dei più grandi misteri legati all'Isola di Pasqua, ovvero come fecero gli indigeni, privi di sofisticati mezzi meccanici, a spostare le gigantesche statue Moai. E la scoperta fatta da Pavel apre poi la possibilità di applicare lo stesso schema in altri luoghi e tempi del passato in cui simili fenomeni si sono verificati (uno su tutti, citato anche nel libro, Stonehenge). Ma Rapa Nui è altresì un testo dall'indubbio valore antropologico: ha il sapore delle grandi monografie, poiché Pavel, pur non ponendosi obiettivi dichiaratamente etnologici, ci restituisce un quadro importante ed esaustivo della cultura nativa, cercando di spogliarsi dai pregiudizi etnocentrici che spesso pregiudicano un lavoro di studio e osservazione il più possibile neutri.


Nel libro lei racconta, tra le altre cose, di quattro soggiorni sull'isola di Pasqua, intervallati da molti anni. Ci può raccontare com'è cambiata Rapa Nui nel corso del tempo? Quanto la globalizzazione ha inghiottito anche quest'angolo sperduto di mondo? Cos'è rimasto oggi, dei costumi e delle tradizioni osservate nel corso della prima spedizione? E se molto si è perso, a suo avviso, una relativa modernizzazione è auspicabile o totalmente negativa?
In totale sono stato sull’isola di Pasqua ben nove volte, l’ultima nel 2016. Sicuramente ci sono stati moltissimi cambiamenti: così come il tempo, il progresso e la globalizzazione hanno cambiato il nostro mondo, inevitabilmente anche a Rapa Nui è toccato lo stesso destino. Gli abitanti dell’isola devono sopravvivere a queste nuove condizioni e quindi non possono fare a meno di adattarsi, ma hanno sempre a cuore il loro meraviglioso patrimonio e la loro cultura unica; al fine di preservare e mantenere viva la loro eredità, credo che anche il nostro intervento e supporto siano determinanti.

Una figura centrale nella sua vita, fondamentale per la realizzazione dei suoi “esperimenti”, è stata quella di Thor Heyerdahl. Ci descrive la figura del mitico esploratore norvegese?  Incontrare il figlio di Thor proprio sull'isola di Pasqua durante il suo quarto viaggio appena accennato, è stato in un certo senso come “chiudere un cerchio”?
Sarebbe difficilissimo descrivere Thor in poche righe. Era un uomo che grazie al coraggio e alla determinazione ha potuto realizzare grandi progetti e importantissime spedizioni; era un lavoratore instancabile ma non se ne vantava, anzi, era discreto, umile e aveva un alto senso dell’umorismo, sempre corredato da gentilezza e cortesia. Incontrare suo figlio è stato davvero rappresentativo per me, innanzitutto perché anche i miei figli erano con me in quell’occasione, e poi perché Thor Junior ha realizzato un film su suo padre, a cui anche io ho collaborato con le mie storie e ricordi. Spero che si continui ancora a lungo a portare avanti ciò che Thor Heyerdahl ci ha lasciato.

Quando lei prova a replicare a Stonehenge il suo lavoro tecnico-scientifico, per dimostrare come gli antichi indigeni potessero aver alzato le enormi pietre da disporre orizzontalmente sui primitivi altari, le viene obiettato, in modo piuttosto grossolano: «Lei non ha portato nessuna prova che gli antichi britannici avessero a disposizione le corde necessarie…». Cosa pensa oggi di questa critica? E prendendo spunto da essa le chiedo: c'è stata qualche critica che ha messo seriamente in discussione la sua “teoria”?
Sono ancora della stessa idea riguardo a quella critica: era una controargomentazione debole e senza fondamenta. Non a caso, la mia teoria è inclusa da quasi 30 anni nella letteratura tecnica sull’argomento. Con orgoglio, posso ammettere che fin’ora non ci sia stata nessuna critica che abbia messo in discussione le mie tesi.

Emerge in molti punti del testo un fortissimo attaccamento alla sua terra e anche a Strakonice, la sua città natale. Un sentimento di appartenenza e comunanza che si ritrova anche nei suoi concittadini, i quali non esitano poi molto ad aiutarla per mettere in opera l'esperimento che sarà poi replicato sull'isola di Pasqua e che avrebbe potuto portare lustro al loro Paese. Sono passati più di 30 anni da quel momento, e il mondo è cambiato in maniera incredibile. Oggi le persone sembrano più “chiuse” su se stesse, meno aperte al confronto, al dialogo, all'aiuto disinteressato. Lei pensa che oggi un'esperienza di quel genere sarebbe replicabile?
Trent’anni fa le condizioni erano molto diverse da oggi. La differenza più consistente a mio avviso è che vivevo in un Paese socialista e l’unico modo di far funzionare le cose era lavorare secondo quel tipo di sistema – ad esempio, senza finanziamenti o donazioni, impossibili da ottenere. Ma adesso che la situazione è cambiata, molti ostacoli sarebbero più facilmente superabili. E siccome le persone, specialmente i giovani, amano ancora ricercare e provare l’emozione della scoperta, credo che sia ancora possibile tutt’oggi effettuare l’esperimento come facemmo tanti anni fa.

Lei chiude il libro con un paragrafo intitolato: Non fate appassire i vostri sogni.
Lei è un ingegnere di successo, quindi si direbbe un uomo estremamente pratico, più votato alla prassi che alla speculazione teorica. Per cui le chiedo: quanto la sua vita è stata guidata dai sogni? E oggi che ha realizzato così tanto, dando un contributo fondamentale allo studio della storia e dell'arte, quali sogni le restano da realizzare?

I sogni e la fantasia sono alla base della mia vita, per me sono sempre stati i perfetti assistenti nella ricerca e nella soluzione dei problemi tecnici: vengo guidato più da loro che dagli obiettivi concreti. Con alle spalle almeno 500 discorsi e innumerevoli articoli pubblicati sui misteri dell’isola di Pasqua, ciò a cui miro è rimanere attivo ancora a lungo, perché l’aspirazione che ho ancora viva è quella di motivare e sostenere i giovani che vorranno proseguire in questa direzione.

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